Ho sempre pensato che la solitudine “mi fosse sorella”. E’ così che si dice di qualcosa che fa parte della tua vita, fa la strada con te. Per me però, la solitudine non mi è stata solo sorella, ma anche amica, madre, figlia, nonna, compagna, in un arco di tempo non dinamico ma lineare. Una costante.
E’ una parte di me, ma non come un’appendice, ne una piccola protuberanza dell’anima o un’ernia emotiva, isolabile e determinata – no, no – è proprio una parte grande, non aggregata e in forma sparsa, che è mescolata a me. Si è sparpagliata dentro come si disperdono gocce d’inchiostro dentro a un bicchiere d’acqua. Come nubi fumose, dense, multiforme e rotolanti nel liquido che dopo poco, sono già parte del tutto. Non le separerai mai, neanche filtrando l’acqua.
Così è la solitudine per me; amalgamata.
Se potessi immaginarla con dei contorni, raggrupparla tutta in una sagoma direi che mi si siede accanto spesso e io altrettanto spesso mi siedo accanto a lei, mi abbraccia quando dormo, mi ha sempre rimboccato le coperte e guarda per ore documentari che sarebbero sicuramente noiosi per molti – probabilmente – tranne che per noi tre: io, il mio cane Adone e lei.
Siamo invecchiati tutti e tre insieme nel tempo, ma a tre velocità diverse.
Adone è invecchiato prima di me, e anche prima della mia solitudine, e ora che Adone sta per arrivare alla fine di questa vita, ora che il suo incedere è sempre più barcollante, ho deciso che non ero disposta a dividere il poco tempo che ci restava con altre persone. Ho deciso che io e la solitudine ce la saremmo viste da sole, come sempre. Ci saremmo fatte stampella per Adone. Perchè di lei mi posso fidare, sa abitarmi.
Io ho provato a rallentare prima. Ma il mondo non è stato disposto, in uguale misura, a farsi da parte per lasciarci spazio per respirare: tutti avevano tanto da chiedere o anche da noi chiedere, ma in ogni caso da necessitare.
Così ho staccato il telefono e l’ho abbandonato. Daniela ingrata…
Vorrei dire che ho avuto un potere magico e sono potuta scomparire indisturbata come quelli che, nelle storie di vita popolare, “escono a prendere le sigarette” e poi non tornano più e di loro non si sa più niente. Si sono fatti una vita da qualche parte forse, oppure forse no, ma non ha importanza – non ci è dato sapere – sono fisicamente usciti dalla porta e basta. Tutti gli altri se lo sono dovuto far andare bene.
Fumatori ingrati. Potevate almeno avvisare così avreste trovato la porta bloccata e 125 pacchetti di sigarette sul tavolo. Scacco matto.
Quando ho visto che il re era scoperto e io ero ancora all’angolo, ho pensato che forse potevo ancora arroccare. L’unica occasione lecita sulla scacchiera che permette di spostare due pezzi in una mossa sola e tentare di salvare il re, che si sposta di due caselle verso la torre. La torre a quel punto scavalca il re e gli si para nella casella a fianco. Una sola mossa, per proteggere il re in una zona più riparata e liberare la torre dall’angolo per farla muovere più agilmente.
Per me l’arrocco è un oblio di cui non posso beneficiare. Me lo devo conquistare, meritare, guadagnare, proteggere, ogni giorno. Pare assurdo, ma per averlo io ci devo lavorare. Quando il tempo è in vendita e dici basta, sei tacciato di non volerlo vendere più, perchè comprarti sempre è un diritto che molti pensano di avere.
E spesso hanno anche ragione. Sei un lavoratore, sei una creatura atta a produrre, con impegni per cui hai firmato col sangue giurando croce sul cuore che saresti sempre stato integerrimo e che nulla nella tua vita avrebbe mai intaccato la tua capacità di fare denaro.
Che promesse sciocche facciamo, che poco valore ci diamo. Ci mettiamo catene, a quel punto non possiamo più sparire : dobbiamo essere in vendita. Con chiunque abbiamo firmato, che sia una banca, un marito, una moglie, un contratto di lavoro, la finanziaria. In un qualsiasi momento della vita quella firma potrebbe essere una catena difficile da spezzare. L’ancora che ti tiene salda al fondo mentre la marea sale. E no. Sbattere le braccia, gridare all’arrocco, non salverà.
Perchè il problema inizia quando tu quel tempo non vuoi ne venderlo ne offrirlo. Te lo vuoi tenere. Con ogni fibra del tuo essere, perchè ritieni giusto così. Lo vuoi dare a chi vuoi, come io voglio darlo ad Adone in questa ultima fase della sua breve-lunga vita.
In un dato momento, ti rendi conto che la solitudine ti era sorella e avevi ragione, che la solitudine era la miglior scelta, quella che ti faceva stare meglio e non era una esclusiva solo sua, una dote immaginaria. Anche pochi altri sanno abitarti, ti abitano senza invaderti, senza una crociata, una zavorra, né una inquisizione, ti abitano accanto, come la solitudine, e forse sono così simili a te perchè sono soli anche loro, ciascuno con le sue solitudini, a proteggere il proprio piccolo mondo, a tenerlo in una tazza, a nasconderlo in un bosco, una foresta lontanissima, interiore, per viverlo a quel ritmo.
Sono passati 8 anni dal mio libro sul circo e La Solitudine è ancora il mio clown che fa “m’ama non m’ama” con i petali della margherita che ha nel taschino, proprio quello sul cuore.
Non so calcolare quanto tempo ho potuto recuperare quando si sono spente le luci del tendone e io ho deciso di sparire, di essere irreperibile, di arroccare. Non ho un tempo dato da ore, minuti o settimane, è un tempo interiore. Perchè come in quella storia, spento il tendone iniziava un mondo privato, intimo, in cui le emozioni avevano valore, il tempo aveva un peso, le storie avevano dei motivi, la maschera cadeva, ciascuno viveva nella sua solitudine con le sue abitudini, le sue paure, le sue tenerezze.
Forse abbiamo perso quello che avevano le famiglie in attesa del ritorno di coloro che partivano per miserevoli guerre, degli emigrati, degli esuli, dei compagni di penna, degli amici che abitano a migliaia di chilometri, o coloro che hanno preso una nave per cercare una speranza altrove. Abbiamo perso l’abitudine a pensare che la vita degli altri vada in qualche modo avanti anche senza l’assidua vicinanza, quella reperibilità telematica che ora è scontata, abbiamo perso la speranza, forse vana, che prima o poi arriverà una cartolina, una lettera, un telegramma, una frase incisa su un muro con una pietra e risponderanno. Faranno un cenno. Oppure, come “quello uscito a prendere le sigarette” e mai tornato, andranno avanti da qualche parte, in qualche modo, senza di noi.
La corrispondenza è sparita e tutti hanno pensato che senza carta si poteva andare più veloci, ma io non credo sia così. Senza carta è solo più facile andare lontano in modo ubiquo, arrivare dappertutto, arrivare a sconosciuti con cui si hanno similitudini, essere la Solitudine di qualcun altro per 10 infinitamente veloci minuti. Niente indirizzi. Parole lasciate alla rete. Per chiunque ne necessiti. Nessuna firma, nessuna catena, nessun impegno.
Per tutta la vita ho pensato che ero una fallita a non fare nulla per cui sarei stata ricordata, che non avevo alcuno a cui lasciare un pezzo di carta con scritto chi ero, che si ricorderà di me, un titolo accademico che mi annoverava in qualche annuario scolastico, memoria da tramandare. Invece ora che siamo solo io, Adone e la Solitudine, mi accorgo che sparire non è un peso. Che potrei smaterializzarmi come un soffione al vento e nel mondo nulla cambierebbe. Non ho questo onere, non devo dimostrare niente, posso collocarmi come il Selenicereus grandiflorus dove più mi aggrada o dove riesco a crescere e non preoccuparmi se sono solo un cactus epifita sospeso su un albero in una foresta immensa, secolare e bellissima perchè il tempo spazzerà via anche quella – si prenderà tutto – tanto il Selenicereus quanto la foresta secolare. Potenzialmente, siamo già spariti entrambi.
Mi hanno detto che la notte è fatta per dormire e il giorno per vivere, devo aver questo ritmo, come tutti. Che questo è sano, il corpo è progettato per questo, per il riposo notturno, come tutti gli animali, le creature. Non posso dare loro torto, posso solo riconoscere che statisticamente per la maggior parte delle creature è vero, ma la natura è madre anche di creature notturne, stramberie vegetali, perchè dunque non io? Io lascio che la notte mi respiri nei polmoni e il lento girare dell’orologio mi regala uno spazio-tempo sicuro. Sono come il Selenicereus , che sboccia raramente per una notte, vivendo appoggiato tra alte piante più grandi, senza toccare terra, senza vedere cielo, sospeso. Il Selenicereus non ruba alcun nutrimento alla terra né ad altre piante, non prende nulla per forza, vive sospeso in equilibrio, fiorisce nell’ombra, quando il mondo dorme e il silenzio diventa spazio abitabile per la bellezza.
Quando non è fiorito è bruttino, sgraziato, pungente, maldestro, si mostra solo a chi sa aspettare. A occhi clementi, abituati a cogliere la bellezza nelle ombre o così – senza preavviso – quando avviene, spontaneo in modo quasi statisticamente oltraggioso.
A volte fiorire di notte è l’unico modo per restare integri. Lo sa bene il gelsomino notturno che regala il suo profumo al chiaro di luna e lo sottrae alla frenesia del giorno. Il buio accoglie e non pretende. Resta in un silenzio da riempire o lasciare vuoto, senza una regola, non è neanche più geografico.
E’ nella notte, da questa altezza sospesa, senza più radici che mi tengono ancorata al suolo, che posso sentire tutto lo svolazzare felpato di falene, il profumo che si spande del gelsomino, il passo legnoso del cervo. Non è al sicuro come pianta sospesa lui, non è leggero e veloce come falena né delicato e amabile come fiore di gelsomino. E’ figlio del bosco, dell’ombra, di zoccoli e corna, pelo ispido. La notte protegge anche lui, il suo nascondimento, il lecito riposo di chi è braccato nella luce.
La notte ci protegge tutte e tutti, senza geografia né habitat, in un buio che è continente, noi figli e figlie di un mondo meno esposto, che viviamo in foreste, sotto alberi immensi, di cui nessuno si ricorderà più un giorno. Sottratti a crociate, inquisizioni, sentenze su pubblica piazza. Non abbiamo paura di avere accanto la Solitudine poiché sappiamo aspettare e raggiungerci, mandarci ancora corrispondenze spontanee, lasciarci andare, ritrovarci, abitarci.
E’ vero, ora non sono papavero in un campo fiorito o un giunco sulla riva di un lago con libellule dalle ali iridescenti, sono Selenicereus, che importa se il mondo non guarda a mezz’aria, se punta al sole o punta alla terra. Io abito lo spazio in mezzo, il mio equilibrio è il vuoto intorno.
Se un giorno tornerò papavero, giunco, rovo, aconito, non ti scordar di me, barchetta di carta, albicocco, pruno spinoso… io non lo so. Però ora sono Selenicereus, e questo cactus potrebbe essere sbocciato da qualche parte, senza che nessuno abbia fatto in tempo a vederlo. Condivido il buio con Adone che non vede luce, con la solitudine a cui non servono occhi e con i pochi che ne apprezzano la bellezza . In questo trovo riposo: nel viverla più che nel dormirla. Bisogna stare attenti a volte, la statistica considera la maggioranza, ma la notte è per pochi. La natura ha previsto eccezioni in grado semplicemente di esistere lì dove altri stentano a resistere.
